...dov'eravamo rimasti?
L'avvento nefasto di Facebook mi ha fatto credere che potessi scrivere post sul social senza che questo inficiasse la mia capacità di scrittura. Mi sbagliavo. La inficia, la inficia.
E la inficia anche l'aver creduto che potessi vivere una vita abbastanza lineare, normale, liscia, senza quelle dispettose grinze date dai graziosi ostacolucci della vita quali tradimenti, lavori di merda, morte dei parenti e devastazione mondiale.
Oh, io ci ho provato.
Ho provato ad avere un lavoro fisso, una casa rispettabile di proprietà, una relazione stabile che durasse in eterno, giorni organizzati scandendo sveglie e lavatrici.
Per un po' di tempo ho anche pensato mi ci sarei trovata bene, ma poi PUF! O meglio, SBADABRANG, tutto è andato a gambe all'aria. Mi sono imbarcata in avventure folli, ho aperto e poi chiuso la mia azienda di food truck e catering in piena pandemia, e chiusa non perché non andasse più così bene (anzi, le mie costoline al friggione popolano ancora i sogni di diverse creature), ma perché ancora una volta quella simpaticona mai doma della vita si è divertita a fare come le pareva.
La verità è che, secondo me, io sono sempre in cerca, e sempre lo sarò.
Ho passato giorni, notti, settimane, mesi a trascinarmi tra le brume del "e se avessi fatto diversamente? E se non facessi più niente? E se facessi finta di non... e se...", tentando di trovare una via.
Sì, dal 2018 sono passata attraverso una tale vorticosa quantità di schifezze da far impallidire uno stercorario degli Slums, o un portaborse dell'ultimo governo Meloni, però sempre abbastanza punteggiate da improvvisi lampi di meraviglia abbacinante.
A volte ho pensato che questo mio trovare meraviglioso, chessò, il tramonto tra gli alberi del parcheggio di Casalecchio mentre tuo padre muore fosse stupido, fosse da ingenua sognatrice, bambinona che non sono altro.
Poi invece ho capito che sono io, sono fatta così, e credo sia questa capacità di gioire di cose piccole e trovarle enormi, sovrastanti tutto il miserabile resto, a salvarmi dalla scelta che non poche volte è sembrata la più ovvia, ovvero abbandonarmi alle acque tumultuose del Limentra in inverno e non dover più pensare a come pagare le bollette, una volta per tutte.
Ogni giorno, quando cercavo di arrangiarmi, quando ero in lockdown e noi con la partita Iva non si capiva se avremmo dovuto ricevere dei bonus o vagabondare nudi per sempre leccando i cartoni vuoti del Mc, quando mi inventavo ora per ora la sopravvivenza, sentivo che mi mancava qualcosa.
Non era la sicurezza in sé. In quell'anno non è arrivata solo la pandemia, per me. Da due anni avevo perso uno dei miei punti di riferimento più preziosi, mia nonna Mariù, personaggio mitico e così ricco da meritarsi un libro tutto suo, un giorno. Avevo scoperto che la mia relazione decennale era finita e stavo per immergermi in uno straordinario nuovo amore.
La vita è andata avanti ed è fiorita, e non so se ricordate anche voi ma nel 2020 la natura ha dato il meglio di sé. "E' perché l'uomo si è ritirato", osservavano in molti. Non dimenticherò quella primavera perfetta, quell'autunno che così arancione non è mai stato, e i delfini che nuotavano nei canali di Venezia, visti purtroppo solo alla TV. La meraviglia nella devastazione, conficcata nella mia pancia in modo inestricabile.
Ricominciai a insegnare, dopo due anni da cuoca in tutte le salse - è il caso di dirlo- dopo che avevo giurato che io mai più avrei ripreso a mano classi e studenti. Online, perché in presenza non si poteva.
Presi un diploma per specializzarmi nelle lezioni a distanza, e non mi bastava.
Feci volontariato alle Cucine Popolari, esperienza fantastica durante la quale abbracciai, spadellai, bruciai, pelai, incontrai e litigai.
Eppure, non mi bastava.
Appena riaprirono le frontiere immaginarie disegnate dal virus, viaggiai. Scoprii tutta la Lombardia e una nuova geografia di accenti, cibi, laghi, montagne.
Mi chiamarono di nuovo a fare laboratori nelle scuole.
E nel frattempo, crescevo.
Arrivai a un punto in cui facevo molta fatica ad alzarmi dal letto e piangevo ogni volta che sentivo mia madre per telefono. Quando una volta stetti male per due giorni interi prima di riprendermi, in preda all'ansia più profonda, mi dissi "ok basta", e cominciai una terapia con uno psicologo online, di quel sito che poi ha avuto una gran fortuna forse anche a causa del suo nome geniale, Unobravo.
E via, un anno e mezzo di terapia lacrimosa e dolorosissima, melme di muco sulla tastiera.
(Che schifo. Scherzo, però la scrivania una volta a settimana sembrava davvero una Fort Knox di fazzoletti Foxy, per la gioia di tutti gli amanti dell'allitterazione).
Piano piano ho ripreso tutto in mano.
Sono ancora bella sghemba, ma ho capito che non sono sbagliata. In nessun modo, in nessun senso. Sono solo io, con tutto quello che mi è successo e al di là di tutto quello che mi è successo. Questo è davvero liberatorio.
Ma mancavano ancora dei tasselli.
Finendo in modo piuttosto violento la collaborazione con mia sorella al truck, della serie scene di cacciate isteriche e a mai più rivederci, mia madre mi disse
"adesso ti rifai la tua vita, e te la tieni stretta".
Mi sono reiscritta all'Università, abbandonata la bellezza di quindici anni fa al numero piuttosto ridicolo di cinque esami dalla fine. E' stato un parto anche solo provare a re immatricolarmi e chiedere la validazione degli esami sostenuti, ma ce l'ho fatta.
Mi sono buttata in questa avventura che sento e voglio sia tutta mia, dall'inizio alla fine, tasse, libri e burocrazia delirante compresa.
E poi c'è quel tassello che grida più forte di tutti, incessantemente, che non mi lascia in pace, che se ne fotte alla grande dei consigli da due soldi tipo "non devi dire a tutti quello che combini", "piantala", "a nessuno frega una cippa", "vergognati e stai zittina". Consigli del gran kaiser che provengono solo da chi non crede nella forza salvifica, immensamente potente delle parole, dell'esperienza e della verità.
Indovinate quel tassello qual è.

Commenti
Posta un commento